È una vicenda che rientra nella “Guerra del Pesce”, una guerra che va avanti da decenni senza una definitiva soluzione e senza che il Governo abbia mai detto come ci si deve comportare nel Mediterraneo, visto che la Libia avanza il diritto anche sulle acque internazionali e nessuno protegge il lavoro dei marinai pescatori. Basta sentire quello che il ministro degli Esteri Di Maio ha detto dopo il rapimento dei nostri pescatori : «Sono entrati in acque dove sconsigliamo di andare». Tradotto: state a casa, se no ve la siete andata a cercare. Quindi? Questo giustifica il loro rapimento? Sicuramente non giustifica i mesi che il governo ha perso facendo il nulla per riportarli a casa.

La vicenda è nota e qualcuno sembra volerla accantonare: 18 marinai (otto italiani, gli altri sono tunisini, filippini, senegalesi) dei pescherecci “Antartide” e “Medinea” partiti da Mazara del Vallo, sono stati sequestrati dal primo settembre a Bengasi, dopo essere stati fermati dalle motovedette del leader della Cirenaica Haftar. Stavano pescando i gamberi in acque internazionali, ma che la Libia dell’Est rivendica come le proprie acque territoriali, che proprie non sono.
Dopo 15 giorni la richiesta di uno scambio di prigionieri: loro ci restituivano i marinai, e gli italiani danno in cambio i quattro scafisti libici arrestati nel 2015 a Catania, che i libici considerano dei calciatori e che invece la giustizia ha condannato a 30 anni di carcere con l’accusa di avere fatto parte del gruppo di scafisti responsabili della “Strage di Ferragosto” che ha provocato la morte di 49 migranti.

E in tutto questo intanto ci sono 18 famiglie che faranno il Natale senza i loro mariti, senza i loro figli, fratelli. Ora è bene svegliarsi: dobbiamo riportare in patria i nostri marinai, è doveroso fare una valutazione più ampia, non accontentarsi della prassi, con grinta e anche con coraggio.
In tutto questo fa una certa impressione sentire da parte delle Ong, tanto attente nelle denunce e all’andirivieni dei barconi degli scafisti (pardon, calciatori), un silenzio assoluto e assordante.

In pratica sembrano esserci più simpatie tra certe Ong e gli scafisti, autentici mercanti di esseri umani (quelli che per intenderci fanno morire i bambini e le donne incinta durante le traversate), che con i marinai sequestrati che non erano in quel tratto di mare per delinquere, ma solo per lavorare per le loro famiglie.

Fa un certo effetto leggere quello che ha detto il comandante della motovedetta Guardia Coste Ras Lgder libica, una delle tre donate dall’Italia: «Ho visto personalmente molti contatti su Facebook o Twitter tra Ong e scafisti e vedo molti contatti tra loro». Questo comandante lo dice chiaramente e lo ripeto: ci sono contatti e perfino un coordinamento tra loro e gli scafisti! Non dimentico quel servizio dei telegiornali con le urla di una madre che aveva perso il suo bambino in mare. Quelle urla sono uno strazio inaccettabile. Così come è inaccettabile che dal primo di settembre, 18 uomini siano stati privati delle loro libertà per il solo fatto di aver lavorato.

Daniela Santanchè

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